Quando è morto, Jeff Buckley, era già il 1997. Le cose di fatto erano già cambiate. Dei miei amici, nessuno oramai diceva più “mi piace questo” o “mi piace quello” solo per far parte di un gruppo. Anzi, era proprio dal gruppo (inteso come massa) che tutti cercavamo di distanziarci. A Marilyn Manson, Lorenzo già preferiva i Rammstein, quando non era ancora uscito neanche Mutter. Ai Nirvana, già sulla china dello sputtanamento definitivo, io preferivo gli Alice In Chains. Ai Marlene Kuntz, che iniziavano a suonare nei palazzetti, Federico preferiva gli Afterhours che, per sole 5.ooo Lire, suonavano ancora al Villaggio Globale. E poi c’era qualcuno che ci metteva tutti d’accordo: i Morphine, per cui avevamo tutti seri problemi di dipendenza; i Radiohead, che erano all’apice di Ok Computer; i Porcupine Tree, che ancora non avevano inciso neanche Stupid Dream; i Placebo dell’omonimo disco che andammo a vedere a uno strambo set di presentazione alle 3 del pomeriggio; gli Suede, gli Stone Roses e sicuramente lui: Jeff Buckley. Non eravamo spocchiosi, non eravamo snob, semplicemente odiavamo i fissati e i feticisti. Due giorni fa Jeff avrebbe compiuto 45 anni, ma in pochi se ne sono ricordati. In un mondo dove a stento si commemora la morte di Lennon e poi si sparaflasha la sua Imagine per ogni catastrofe che colpisca l’umanità, Buckley ha fatto in breve tempo la stessa fine del padre Tim. Tanto il secondo fa parte dell’antiquariato rock, quanto il primo del modernariato. A stento ho visto una foto in giro, men che mai sentito passare una canzone alla radio o in televisione. Proprio negli stessi contenitori che hanno finito per farci odiare Amy Winehouse e i Joy Division, Kurt Cobain e ve la spicciate voi chi altro. Il pensiero è netto: ve li meritate tutti, i Black Eyes Peas in heavy rotation. Sono i vostri cervelli che fanno boom boom pow, non i loro singoli. Intanto la sua voce efebica, non ha solo definitivamente rincoglionito Francesco Renga, che forse avrebbe fatto meglio a rimanere coi Timoria, ma ha ispirato gli interpreti (uomini e donne) più interessanti del decennio passato. Più che una rockstar, un miracolo. Il prodigioso talento che si innerva da ogni solco nell’unica opera di Buckley (Grace, del 1994), ci mostra un inquieto poeta baciato dalla grazia e destinato a rimanere mistero. Come Farinelli e Paganini, più che come Morrison ed Elvis. Jeff Buckley era e rimane qualcosa di completamente diverso da ogni altro disco rock (eccezion fatta da quelli del padre, ovviamente). Non c’è nessuna Winehouse che tenga. Spiace ammetterlo, ma Amy ha solo copincollato il Tamla-sound dei 60’s in un momento in cui nessuno lo faceva ma che, prima o poi, qualcuno ricomincerà a fare. La voce di Jeff, invece, si manifestò dentro dieci canzoni emotive come nessun’altra prima o dopo: ansima (Mojo Pin), orgasma (So Real), collassa (Dream Brother), muore (Lilac Wine). Vive.
He was somebody in love with experiencing everything. Within a very short time, he had all these famous old rock stars coming to his shows, which put a lot of pressure on him. People talked about his concerts the way they used to talk about Hendrix.
They’d sit there, wide-eyed, telling you stories about him. He definitely had an aura. It’s impossible to say what it is exactly a guy like that has, that is so attractive to other people. But he had more of it than anyone I had ever met.
(Source: jeffbuckleyforever)
Jeff Buckley by Chris Buck
Jeff Buckley em sessão acústica na rádio KCRW
No início dos anos 90, o ainda desconhecido Jeff Buckley fez uma apresentação acústica nos estúdios da rádio KCRW, tendo como anfitriã a DJ Liza Richardson. Em memória dos 15 anos da morte do músico, compartilho aqui com vocês essa jóia rara. Enjoy:
Fonte: Morning Becomes Eclectic
Even Mel is looking for Jeff Buckley. She loves to sleep listening to Grace, and uses Merri Cyr’s A Wished-For Song as her pillow.



